Spes contra spem. Opere di Renato Guttuso

 

‘Questa mostra prende l’avvio da un’altra mostra che è stata fatta a Castel Sant’Angelo nell’83 e si incentra intorno a un’opera unica e a una serie di disegni preparatori che riguardano l’iter, il percorso creativo dell’opera stessa. Il titolo dell’opera è “Spes contra Spem”: si tratta del versetto 18 del capitolo IV della “Lettera ai Romani” di San Paolo. Il tema che Paolo discute è la salvezza di Abramo, che fu reso giusto dalla fede, e non dall’ubbidienza alla legge. Su queste parole che San Paolo scrive ai Romani, si imposta il lavoro di Guttuso. Il grido, la disperazione, l’urlo, l’invocazione, la denigrazione di Lutero sono tutte contenute in questa straordinaria opera di Guttuso. Su queste parole, il protestantesimo ha messo le sue radici e ha squassato le sue viscere. La teologia cattolica è riuscita però a ricondurre tutto al messaggio di Paolo. Nel quadro di Guttuso si va al di là di questo, anche alla ricerca della storia, l’incontro inattendibile dell’evento che ancora non è possibile alla vista dell’uomo. L’oggetto dell’opera è l’attesa e in ogni figura c’è la tensione dell’attendere, il desiderio che tutto possa avvenire. Il lavoro di Guttuso è tutto centrato sul tragico, violento, sconvolgente colore; il bisogno di nascondere il suo cuore ai solchi delle cose del mondo, il bisogno di rivelare il suo battito che è in armonia con tutto quanto è stato creato. Nel lavoro di Guttuso, l’io non si placa nell’allegoria, ma cerca soprattutto la concretezza e il discorso per riportare il visitatore sulla meditazione melanconica di una sedia, di una finestra, di uno squarcio di mare, di un tetto, sul tragico dei quotidiano senza ritorno né soste. Dal tempo di San Gerolamo (un tema di un suo quadro che si accovaccia intorno al vuoto della morte e medita sul teschio e sull’oscuro lento faticoso procedere della sera, che diventa un elemento della coscienza di un giorno amaro il cui ultimo simbolo è una tigre che non sa dove sostare) alla Maddalena di un Matteo Grunewald, che si avvicina a questo quadro e ai suoi legni scrostati e duri vicino alla croce, Guttuso narra sempre solo se stesso, il suo fare i conti con questo mondo che ama in maniera così disperata da sognarlo diverso da quale è la coscienza dell’inevitabile caduta dell’esistenza e dell’uomo nel fallimento che è insito nel dibattito e nella realtà della storia di oggi. Se qualche volta il lavoro di Guttuso appare barocco e trionfalistico e teatrale (pensiamo al funerali di Togliatti) è solo per esaltare la più alta potenza dei mondo, cioè per esaltare l’idea della morte. Egli lotta contro l’ossessione della finitezza della vita umana e cerca l’irrealtà dei sogni che non custodiscono mai l’impossibile potenza dell’irrealtà. Si gonfia dello svolgimento del gioco, e gioca con i giocatori che sono sempre e comunque presenti. Guttuso si nutre del consapevole destino che l’eros è solo privazione e cecità per consolare la ferita della vita, per consolare l’opera dell’uomo che è rovina e di solito si dissolve su un duro e calcificato muro (che sta anche a significare il pianto della vita quando è inutile contemplazione di ciò che è). Carmine Benincasa’

Data

21 Agosto 1983 - 28 Agosto 1983

Edizione

1983
Categoria
Esposizioni Mostre Meeting