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C’È QUALCUNO CHE ASCOLTA IL MIO GRIDO? Giobbe e l’enigma della sofferenza

- Mostra
A cura di Ignacio Carbajosa e Guadalupe Arbona

Il problema del male e della sofferenza innocente ha sempre interrogato l’essere umano. Negli ultimi tre secoli, invece, questo problema è diventato una domanda sulla bontà e l’esistenza stessa di Dio. Come mai un Dio buono può permettere questo? Dal terremoto di Lisbona nel 1755 ai più recenti attentati terroristici, senza dimenticare i campi di concentramento del secolo XX, i grandi incidenti aerei, i disastri naturali o la sofferenza dei bambini nelle guerre.

Il libro biblico di Giobbe ripropone il problema della sofferenza in un modo molto efficace e attuale, come si vede dal fatto che è una delle opere più riprese dalla letteratura odierna. La mostra ripropone il grido di Giobbe in dialogo col grido dei nostri contemporanei fino ad arrivare a quel litigio che l’uomo di Uz (e l’uomo moderno) presenta a Dio. La risposta divina non sembra affrontare la domanda sulla giustizia, tanto che i commentatori moderni si chiedono se c’entri qualcosa col grido del protagonista del libro.

Invece Giobbe si sente interpellato dall’apparire di Dio nello spettacolo della sua creazione: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (Gb 42,5). L’enigma della sofferenza non si svela in un’analisi puramente razionale ma all’interno di una storia in cui Dio si fa vicino all’uomo. Appartiene a quella storia quel nuovo Giobbe, Gesù di Nazareth che, in croce, innalza al cielo il grido: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»