“Un evento reale nella vita dell’uomo”

Press Meeting

“Un evento reale nella vita dell’uomo”, il libro che raccoglie le conversazioni che don Giussani negli anni 1990 e 1991 ha avuto con gli universitari di Comunione e liberazione, è stato presentato questo pomeriggio da Salvatore Abruzzese, docente di Sociologia della religione all’Università di Trento, e Stefano Alberto, docente di Introduzione alla teologia all’Università cattolica di Milano. Ha introdotto i lavori Emilia Guarnieri, presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli, spiegando che la presentazione del libro è stata fatta oggi, e non sabato, perché descrive il contributo che il cristianesimo dà all’emergenza uomo.
Abbruzzese, per delineare la pedagogia di don Giussani, è partito da un aneddoto che risale alla fine degli anni Ottanta, quelli della contestazione studentesca della Pantera. A quanti affermavano che “la cosa più tremenda è la normalità”, il sacerdote milanese rispondeva che la normalità è “la cosa più grande: perché è nella normalità il passo che ti avvicina al destino”. Secondo il sociologo, la grandezza di don Giussani sta nell’aver accettato la sfida della modernità sul suo terreno, quello della vita quotidiana, senza soluzioni astratte ma partendo dall’esperienza. Per Giussani, il vivere quotidiano che taglia le gambe, secondo la definizione pavesiana, è il luogo nel quale ci si imbatte nella grazia di un incontro particolare, che libera la quotidianità dall’insufficienza nella quale è piombata una volta che le è stato negato un destino, un significato. Al culto del quotidiano, dove le persone sono impegnate nell’esclusiva difesa del proprio benessere, “Giussani – ha detto Abbruzzese – replica con un soggetto che si scopre costantemente in relazione con un affetto che lo definisce e gli indica il cammino per cui è fatto”.
Il mondo post moderno non ha più doveri (Gilles Lipovetsky) né scelte irreversibili, venera il culto del tempo libero, fa coincidere la felicità con il divertimento, inseguendo uno stato di “euforia perpetua” (Pascal Bruckner). È giunto alla fine dell’attesa, come sostiene Daniel Hervieu-Leger, secondo cui oggi la società non si pone più domande di significato né tantomeno attende una risposta.
Per don Giussani, questo si supera facendo l’esperienza dell’amore per l’altro. Amare, infatti, vuol dire riconoscere l’altro per il desiderio che lo abita e per la vocazione alla quale questo stesso desiderio lo rinvia. Ma l’altro può morire, fisicamente o moralmente, c’è allora bisogno di rispondere al dolore di ogni uomo che soffre la perdita di chi ama. “Noi siamo insieme per difendere il fatto che ogni uomo non si disperde al vento”, ha detto don Giussani, aggiungendo che “il valore della compagnia cristiana è qualcosa d’altro che c’è dentro di essa, non la somma delle virtù dell’uno o dell’altro”.
All’“io minimo” della modernità, dunque, Giussani oppone l’io in relazione che è invece strutturato da parole come ‘esperienza’, ‘realtà’, ‘avvenimento’, ‘attesa’. “Per tale strada – ha concluso Abruzzese – Giussani arriva là dove la modernità ha oramai rinunciato: egli recupera la positività del reale che il male e la morte non possono distruggere”.
Don Stefano Alberto ha raccontato di un incontro, in vacanza, fra alcuni universitari e un’anziana coppia di tedeschi atei. La donna, al termine di una serata di canti e dopo aver visto gli studenti di Cl andare in montagna, ha detto ad una di loro di aver capito con certezza che Dio è reale e che avrebbe vissuto gli anni che le restavano per conoscere il Suo volto. Un esempio di evento reale nella vita di una persona.
Anche don Pino ritorna al 1990, quando “le università furono messe a ferro e fuoco dalla Pantera, creata e diretta dalle redazioni dei giornali”. Ad un anno di sfascio e di violenza, gli universitari di Cl, secondo Giussani, resistettero perché erano consapevoli dell’avvenimento che vivevano e che diventava storia, perché erano dei soggetti. La loro compagnia non era una deriva sentimentale ma una sequela. L’anno successivo, Giussani lanciò i giovani di Cl nel mondo, fino in Siberia. “Lì non c’era l’organizzazione – ha ricordato Stefano Alberto – lì c’erano persone che avevano viva la ragione degli inizi”. Ragione gridata da Péguy nel manifesto di Cl per la Pasqua del ‘91: Gesù non perse tempo ad accusare la cattiveria dei tempi, ma fece il cristianesimo, non incriminò il mondo ma lo salvò. “Secondo don Giussani – ha spiegato Stefano Alberto – il cristianesimo è il legame che Cristo stabilisce con te, anche se tu non lo guardi in faccia. Un legame davanti al quale devi prendere una decisione per l’esistenza, al quale bisogna che tu dica sì. Un sì che ti mette dentro una compagnia, una comunità che ti protegge dalla menzogna, un ambito necessario perché l’alternativa tra mondo e Cristo si gioca in noi tutti i giorni”.
Quanto all’altra parola chiave dell’esperienza di Cl, “presenza”, Giussani aveva chiesto di “sfrondarla”, non perché non si deve essere attivi ma perché la presenza deve coincidere innanzitutto con la persona, rinnovata dall’incontro con il Signore. L’evento reale nella vita di ciascuno, l’amore a Dio in ogni cosa e sopra ogni cosa, genera una diversità umana che trasforma tutta la realtà.
Al termine, Farouq Wael, vice presidente del Meeting del Cairo, ha portato alcune drammatiche ma significative testimonianze dall’Egitto in fiamme, paese nel quale i cristiani sono in continuo pericolo, con fedeli uccisi e chiese incendiate. “I musulmani difendono i cristiani dai terroristi – ha detto Farouq – ma i miei amici cristiani hanno bisogno della vostra solidarietà. Fate sentire la vostra voce firmando l’appello del Meeting”.

(D.B.)

Scarica