Le ragioni di un’inizio

Press Meeting

Una testimonianza, quella di Pierluigi (Pigi) Bernareggi davanti ad oltre settemila persone, che non ha riguardato soltanto la sua decisione di farsi missionario in Brasile quasi quarant’anni fa, ma che è risultata uno spaccato originale e avvincente dell’Italia fra dopoguerra e primi Anni Sessanta, ormai immersa in una cultura che di cattolico spesso non aveva più che le forme esteriori e sempre più dominata invece dagli estremismi ideologici e dagli imperativi laicisti. L’Italia che vide nascere Gioventù Studentesca, primo nome di Comunione e Liberazione.
“Arrivavamo da un mondo problematicistico nel quale la discussione era la forma normale del rapportarsi. Le idee erano considerate tutte al contempo valide e non valide”, ha ricordato il sacerdote. “Ma in G.S. non era così. Al ‘raggio’(una modalità d’incontro fra studenti di scuola media superiore attorno alle provocazioni lanciate da domande precise, ndr) non si andava per dialogare, ma per ascoltare l’evidenza dell’altro e confrontarla con la propria. Così anche nel nostro Liceo Berchet, a Milano, dove invece i prof. si limitavano a comunicarci ideologie, senza il ricordo di un solo maestro. Don Giuss (il sacerdote don Luigi Giussani, fondatore di CL) no, lui parlava della sua vita. E allora il contrasto fra queste due modalità era tremendo: là eravamo studenti col professore, qui discepoli col maestro”.
Nacque lì, nella capitale industriale del Bel Paese, nel motore della nazione che preparava il boom economico, un modo diverso di guardare all’esistenza e di vivere il cristianesimo. “La cultura dominante era, per dirla con don Giuss, sapere sempre di più del sempre meno, conoscendo tutto del nulla”, ha ricorda padre Bernareggi. Ma aggiungendo subito: “La nostra vita di studenti, le nostre vacanze insieme, invece, erano diverse, sempre aperte a tutto, sempre in movimento. Una vita che, invece di essere nonsenso e noia, era senso e gioia. E così la spiaggia dove prima trascorrevo le ore libere nell’ozio, fra compagnie insulse, diventava luogo d’incontro e di crescita. Con don Giussani c’era una fioritura delle persone, dei loro carismi, e io vedevo in lui un bambino nelle mani di Dio”.
Così cambiava anche il modo di rapportarsi con una società tutta tesa a “ricostruire” e a lasciarsi alle spalle le distruzioni della guerra.. “Il valore del mondo era il potere, il nostro era il servizio. Non eravamo competitori, ma fratelli. Le cose importanti non dovevano essere le manifestazioni esterne della persona, ma la persona in quanto tale. Nel momento in cui iniziava il frastuono della televisione dentro le case, del rock e delle folle oceaniche di Elvis Presley, don Giuss ci insegnava il silenzio gravido della Presenza e della Memoria”.
Fu così che G.S. iniziò a farsi notare nelle scuole, dove “il camaleontismo dei cristiani” cominciò a fare i conti con “la testimonianza, con la sfida dei giessini e ‘La Sfida’ fu proprio il primo giornalino che pubblicammo. Non un ritrarci in noi stessi ma, precorrendo di dieci anni il Concilio Vaticano II, una modalità d’incontro che ci faceva vedere Cristo ovunque. Nasceva così un mondo nuovo che continua ancora adesso”.

R.P.
Rimini, 25 agosto 2004