“Islam, Costituzione e Democrazia”

Press Meeting

Rimini, 22 agosto 2015 – Incontro di alto livello in sala Neri alle 19.00 di sabato 22 agosto sulla grande domanda se l’Islam sia compatibile con la democrazia. Intervengono Raafa Ben Achour, giudice della Corte Africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, Tania Groppi, docente di Istituzioni di Diritto Pubblico all’Università di Siena, il docente di Diritto costituzionale alla Marmara University di Istanbul I’brahim Kaboglu, e il vice-presidente della Suprema Corte costituzionale d’Egitto Adel Omar Sherif. Introduce Andrea Simoncini, docente di Diritto costituzionale all’Università di Firenze.
“Cosa resta della primavera araba?” – ha esordito Simoncini – “abbiamo davvero capito che cosa è successo? È ancora viva o si è trasformata nell’incubo dell’estate araba”? “Si ha la sensazione – ha incalzato Groppi nel suo intervento – che dopo le aperture democratiche nelle libere elezioni siano favoriti coloro che vogliono la svolta islamistica dello stato”. Sembra, cioè, che solo i dittatori siano capaci di impedire la portata devastante del fondamentalismo. L’esito è che “vi è stata una grande speranza ma ora si assiste ad altrettanta fragilità”. Quale futuro, allora per questi paesi?
Achur ha criticato il termine “primavera araba”, a suo giudizio non adeguato a esprimere la realtà complessa dei paesi arabi. “E il terrorismo – ha aggiunto – che anche voi in Italia avete conosciuto – non ha nazionalità e religione. Per questo motivo occorre distinguere l’Islam come religione monoteistica dall’islamismo che utilizza la religione politicamente. Io sono musulmano e combatto l’islamismo”. La Costituzione tunisina, ha ricordato Achur, ha una lunga storia: “Oggi possiamo dire che è stata un’elaborazione difficile. Inizialmente si pensava di fare una costituzione teocratica, ma poi grazie alle donne e alla società intera non è stata adottata”. Alcuni articoli della Costituzione, spiega il magistrato, affermano in modo esplicito la libertà di credo religioso e di coscienza e riconoscono il valore della tolleranza. “Lo stato protegge i diritti della donna – ha precisato ancora Achur – ad esempio la parità di rappresentanza nelle liste elettorali”. Secondo il giurista, concordando in questo con Groppi, “in Tunisia c’è stata una rivoluzione per la libertà e per la dignità che è forse unica”.
Kaboglu ha evidenziato il lungo cammino giuridico dei diritti umani che hanno contribuito alla formazione laica della Costituzione della Repubblica Turca. Accanto a questo tema ha posto la questione riguardante la cittadinanza che implica il rapporto laicità-religione. Questione delicata: nel Preambolo della Costituzione del 1982 si afferma il principio di laicità, perché “i sentimenti della religione, che sono sacri, non possono in alcun modo essere confusi con gli affari di stato e la politica”.
Per rispondere alla domanda posta da Groppi, Kaboglu ha ricordato che è in corso nel suo paese un processo di riforme al fine di garantire “libertà tecnica”, con i diritti umani che “diventano il denominatore comune di tutte le costituzioni in un meccanismo di ‘pesi e contrappesi’”. In questo contesto – ha proseguito il relatore – si pone la questione del presidenzialismo, onde evitare la personalizzazione del potere e garantire la democratizzazione delle istituzioni. La diversità religiosa della popolazione turca, poi pone l’esigenza del principio di libertà di religione espresso nella Costituzione: “Nessuno può essere costretto – Kaboglu cita il testo costituzionale – a rivelare credenze e convinzioni e nessuno può essere incolpato o accusato a causa delle sue credenze religiose o convinzioni. Al tempo stesso nessuno può usare della religione per fini economici, politici e giuridici”. La Costituzione – ha aggiunto il relatore – “è un testo temporale non spirituale, pertanto, è laica per natura”. In questa prospettiva la religione sarà percepita nell’ottica dei diritti umani o, viceversa, i diritti saranno inclusi nell’ottica della religione? Con questo interrogativo Kaboglu ha concluso la sua relazione.
Ma l’Islam e davvero una minaccia? si è chiesto Sherif iniziando il suo intervento. Dopo il successo del processo costituzionale in Tunisia, in Egitto non lo si credeva possibile: “Poi è arrivata piazza Tahrir e subito dopo è sembrato che il regime si riprendesse tutto in mano. La sconfitta dei fratelli musulmani ha però ridato vita alla nostra speranza”. L’Egitto – ha proseguito Sherif – ha sofferto per molti secoli. La rivoluzione del ’52 crea una sorta di sistema democratico camuffato: “La Costituzione era scritta in modo eccezionale, prevedeva il rispetto dei diritti, ma questo era solo il testo, la realtà era ben diversa. Il paese è caduto nell’indifferenza, ma poi è accaduto il miracolo di oggi: le persone hanno preso in mano la loro vita”.
Un secondo elemento che Sherif ha voluto sottolineare è la complessità dottrinale dell’Islam. Essa si basa sulla relazione con il divino che indica precetti – la Sharia – per regolare i rapporti tra le persone, i rapporti internazionali, l’economia, la devozione. “Ma non è facile individuare questi precetti – ha osservato il costituzionalista – perché i testi non dicono tutto e non tutti hanno i titoli per interpretarli”. In definitiva ci si può attendere uno sviluppo della democrazia nei paesi di origine dei tre relatori? Sherif ha così risposto: “Venite da noi, sentite il nostro dolore e allora potremo sviluppare un sentimento comune. Questo è quello che manca a tanti costituzionalisti. La lotta per la democrazia comunque continua in questi paesi. Ci sono stati dei progressi, abbiamo delle aspettative per un futuro migliore”.
La realtà non sopporta semplificazioni – ha concluso Simoncini – “e questa sera abbiamo incontrato tre storie, culture e istituzioni diverse”. Non basta confrontarsi con i testi legislativi dei vari paesi, occorre scoprire quello che c’è sotto, i contesti concreti della vita di un paese. Stasera abbiamo potuto vedere persone che vivono in paesi diversi e che sanno dialogare: questo permette di andare al cuore dei problemi. Sappiamo quanto grande sia la loro sofferenza, anche per questo li ringraziamo”.

(A.Cap.)

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