INVITO ALLA LETTURA “Porzûs: violenza e resistenza sul confine orientale” e “Dove la domanda si accende”

Press Meeting

L’amore per la verità e l’interesse all’uomo: queste le tensioni che hanno spinto gli autori e i curatori dei due libri presentati oggi al Caffè Letterario da Camillo Fornasieri, direttore del Centro Culturale di Milano.
Il volume “Porzûs: violenza e resistenza sul confine orientale” (ed. Il Mulino), vuole fare il punto della storiografia moderna sull’eccidio avvenuto a Porzûs, sul confine con l’ex Jugoslavia. Nel febbraio del 1945 venti antifascisti della Brigata Osoppo, di matrice cattolica, furono uccisi. Caddero non per mano di fascisti o nazisti bensì uccisi da altri stessi antifascisti. Gli autori della strage facevano parte di un commando Gap del Pci. Tra gli uccisi vi fu anche il giovane fratello di Pier Paolo Pasolini. Curatore del libro è Tommaso Piffer, ricercatore di Storia contemporanea all’Università di Milano, collaboratore in quella di Harvard.
“Come ha cercato di rimuovere le incrostazioni degli storici?” è la domanda di Fornasieri al curatore. La risposta è il libro, una raccolta di atti redatti da storiografi intervenuti al Convegno su Porzûs. “Il suo scopo – precisa Piffer – non è denunciare una storiografia ingessata. È mettere a confronto diversi autori che pur con diverse interpretazioni sono tutti motivati dall’amore per la verità”. Quale verità che emerge? “Che le responsabilità furono subito contestate. Prevalsero due ipotesi. La prima vedeva il fatto come un incidente. La seconda come uno svelamento della strategia del Pci: prendere il potere con l’eliminazione degli avversari. Ci fu anche il tentativo di incolpare la Brigata Osoppo di contatti con fascisti, giustificandone l’eliminazione”.
In Italia i partigiani comunisti si allearono con tutte le forze antifasciste. Ciò non avvenne nell’ex Jugoslavia dove Tito ordinò l’uccisione di tutte le forze a lui contrarie, scatenando la guerra civile che portò all’eliminazione sistematica di tutti gli avversari politici. “Sul confine orientale – prosegue Piffer – il Pci aderì alla richiesta di annessione dei territori friulani da parte di Tito, e alla visione di lotta antifascista che là veniva propugnata. Osoppo fu l’unica realtà a difendere l’italianità di quelle terre e per questo venne eliminata”. Il giovane curatore ha ringraziato l’Associazione Partigiani ‘Osoppo-Friuli’ di Udine, presente nella persona di Roberto Volpetti, per il contributo dato all’edizione del libro e il parlamentare Renato Farina, anch’egli presente, primo firmatario della richiesta di dichiarare le Malghe di Porzûs monumento nazionale. Oggi le Malghe sono così riconosciute e il presidente Napolitano vi è andato in visita. “Un gesto importante che ha chiuso sessant’anni di menzogne sui partigiani di Osoppo come conniventi dei fascisti e li ha riconosciuti martiri caduti per l’integrità del Paese e la libertà di tutti”, ha concluso Piffer.
Il secondo volume, “Dove la domanda si accende”, introdotto dal direttore del Centro culturale di Milano, è curato dallo stesso Fornasieri e da Tommaso Lanosa, con prefazione di Luca Doninelli (ed. Itaca). Pubblicato in occasione del trentesimo anno di attività del Centro, raccoglie gli interventi di grandi figure del nostro tempo lì intervenute dagli anni Ottanta a oggi. “Il titolo è stato rubato a un verso di Luzi” ha chiarito Fornasieri, elencando alcuni autori degli interventi: Von Balthasar, Baravalle, Carrón, Finkielkraut, Giussani, Lafforgue, Potok, Testori… ad affiancarlo nella presentazione vi erano Letizia Bardazzi, presidente dell’Associazione Italiana Centri Culturali e Massimo Borghesi, docente di Filosofia morale all’Università degli Studi di Perugia.
Ha raccontato Letizia Bardazzi: “Ho tratto ispirazione, istruzione e guida da tutto quello che il Centro mi proponeva. Nel tempo, diventava vera un’amicizia che sapeva cogliere le provocazioni e il desiderio di erudizione di altri. Il Centro culturale era un centro affettivo”. La presidente Aic ha poi sintetizzato in tre punti ciò che la lettura dei dodici testi le ha suggerito: la missionarietà dei centri culturali, che vanno incontro all’uomo, come diceva Testori: “Avendovi avuto vicini sono stato spinto e sollecitato a non chiudermi”; lo sviluppo di una diversa intelligenza del reale, che emerge dalle domande provocate dagli autori; l’imitazione dei monaci benedettini che avevano come unica dinamica non quella di fondare una nuova cultura – come poi hanno fatto – ma di cercare Dio. E ha augurato a tutti di sentirsi sfidati da questa radicalità nel concepire la cultura.
Borghesi è partito osservando che nel Centro culturale di Milano non si cedeva a contrapposizioni sterili (si era nell’81, anno del referendum sull’aborto) ma si valorizzavano voci italiane ed estere. “Si trattava di una particolare laicità dove la fede non era un coperchio che metteva tutto a tacere ma, al contrario, la forza propulsiva che muoveva tutto dal di dentro”. Nell’elencare lo stupefacente elenco degli autori, ha ricordato che erano stati invitati da ragazzi di venti, trent’anni e ha chiesto “Sarebbe possibile che accadesse anche oggi? – e ha poi aggiunto – il Meeting serve a questo”. Ha letto alcuni pezzi di vari interventi tra cui quello di padre Baravalle su Cesare Pavese, del quale divenne per un giorno il confessore. In seguito a quell’episodio Pavese scrisse ne ‘Il mestiere di vivere’ una pagina di grande intensità religiosa.

(D.T.)
Rimini, 20 agosto 2012

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